In quel bar

Mi fermo a pensare alla tua assenza. Mi soffermo sulla rabbia di questa marea di sentimenti che proprio come tale arriva, mi devasta, e va via abbandonandomi nella più pacifica delle desolazioni.
Desidero averti, amarti, far parte di quello che sei solo quando la tua presenza invade la mia e quando scompari, insieme a te, scompaio anch’io. Scompare quella parte di me che è persa nel tuo essere. 

Ridevo con i miei amici, quella sera un po’ anonima, in quel bar che non ha nulla di speciale se non il solo fatto di aver assistito ai cambiamenti delle generazioni, di  aver contribuito a incontri un po’ alticci e alla vergogna nel chiedere qualcosa di diverso.
Il solito cerchio di persone, e tu se lì seduto di spalle, dietro l’angolo della cassa, che se mi fossi spostata di poco non avrei più potuto notare la tua presenza.
Nella mia mano ho una birra che non volevo neanche bere, forse volevo solo dimostrare che lo faccio anche io, come se fosse un vanto, come se essere più veloce di uomo mi rendesse meno fragile, in un momento in cui i pilastri della mia impalcatura emotiva stavano iniziando a crollare.
Dietro di me solo tavoli vuoti, dietro di me solo un’assenza che non volevo vedere, non volevo staccare i miei occhi da ciò avevo lì, oltre i corpi dei miei amici, inglobato in un divanetto scomodo che comprimeva i corpi di volti già conosciuti. Ogni presenza in quel luogo sembrava quasi trasparente per quanto chiassosa, un mormorio di sottofondo, mescolato a quella musica che ormai ignoravo, diventata parte integrante di quei discorsi e di quelle risa. E poi successe, come accadde già anni prima, come un delirio che non mi ha mai lasciata andare, che mi ha perseguitata e mi opprime ancora, ma solo quando tu ci sei. Ti vedo voltarti, ti vedo superare le barriere create dai corpi dei miei amici, con i quali sto quasi facendo solo finta di parlare, vedo i tuoi occhi incrociare i miei e per qualche istante il mio cuore si ferma, il panico mi invade, distolgo lo sguardo, rapidamente, con la paura di sembrare solo una stupida pazza che non riesce a smettere di fissare l’oggetto del suo delirio.

Ed ho perso il conto di quante volte tu ti sia voltato quella sera, ed ho maledetto me stessa per non aver retto il confronto con i tuoi occhi, per essere scappata ancora una volta da un confronto già tentato ma mai affrontato pienamente. Non l’ho ancora capito, non ho ancora capito se quella sera stessi guardando proprio me, se i tuoi occhi stessero cercando la mia presenza come ogni volta fanno i miei, senza riuscire a controllarli, senza riuscire a persuaderli dall’idea di non potersi perdere neanche un istante di te. Molte volte ho pensato di vedere solo quello che voglio nelle situazioni di cui fai parte, molte volte ti ho dimenticato e tante altre sei tornato a bruciare dentro di me. Senza una risposta, sempre con troppe domande, sono andata via da quel bar trascinandomi dietro un altro ricordo irrisolto, un altro incontro silenzioso, un racconto di cui solo io potrò essere la narratrice.

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